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2 set 2007

Khartoum, Dubai sui due Nili

Il governo del Sudan vuole fare della capitale Khartoum lo snodo finanziario e commerciale dell’Africa nord-orientale. Come Dubai, appunto, cuore pulsante della finanza e dell’economia del mondo arabo. E come a Dubai la trasformazione di Khartoum parte innanzitutto da un accurato makeup che cambi i connotati di una città polverosa.


(nella foto di I. Panozzo, il "suq al-arabi", il mercato arabo, caotico centro di una Khartoum ancora old style)

Venerdi' 24 Agosto 2007

Dubai si trasferisce sul Nilo. No, non si tratta di fantascienza architettonica e urbanistica. È solo l’idea, forse un po’ pretenziosa, del governo del Sudan. Che vuole fare della capitale del paese che una recente classifica della rivista americana Foreign Policy ha incoronato come il “più fallito” del mondo lo snodo finanziario e commerciale dell’Africa nord-orientale. Come Dubai, appunto, cuore pulsante della finanza e dell’economia del mondo arabo. E come a Dubai la trasformazione di Khartoum parte innanzitutto dalla metropoli, da un accurato makeup che cambi pesantemente i connotati di una città polverosa e, fino a qualche anno fa, largamente trascurata.
È forse strano pensare al paese più grande dell’Africa in questi termini. Se uno pensa al Sudan, con ogni probabilità la prima cosa che gli viene in mente è il Darfur. Ovvero guerra, crisi umanitaria, eccidi, raid e stupri di massa, siccità, malattie e povertà. Ma se uno in Sudan ci va davvero, l’immagine cambia repentinamente. Prima tappa obbligata per chi è diretto in qualsiasi punto del Sudan settentrionale è proprio la capitale che sorge alla confluenza tra Nilo Bianco e Nilo Azzurro, Khartoum. E basta uscire dall’aeroporto per trovarsi di fronte a una città in grande boom edilizio.
Cartelloni pubblicitari e concessionarie d’auto accompagnano il visitatore fino alla strada che costeggia la pista dell’aeroporto e che conduce verso il centro. Un’arteria a otto corsie ad alto scorrimento, con asfalto nuovo e marciapiedi ancora in costruzione, neanche lontanamente avvicinabile alla strada tutta buche che era solo tre o quattro anni fa. Allora percorrerla in bici significava cercare di salvare la pelle nello slalom tra macchine e veri e propri fossati profondi anche alcune decine di centimetri. Oggi solo attraversarla a piedi significa rischiare di venire travolti dalle molte vetture nuove di zecca che sfrecciano veloci e hanno gioco facile nel doppiare gli scalcagnati minibus, quelli sì rimasti sempre uguali.
Man mano che ci si avvicina al centro, le ville delle zone residenziali lasciano spazio alla Khartoum coloniale. È questa l’unica faccia che la città aveva fino a non molti anni fa: tra la ferrovia, costruita dagli inglesi a inizio Novecento e ormai quasi in disuso, e i due possenti Nili, limiti naturali del nucleo originale della città, un reticolo di viali alberati punteggiati di edifici a due piani, il cui colore originale si è perso sotto strati di sabbia vecchi di decenni che dà a ministeri, sedi universitarie, vecchi hotel e normali abitazioni un’omogenea tinta ocra. L’uniformità di colori e di forme è però sempre più spesso interrotta da edifici nuovissimi, in acciaio e vetro, che svettano nel mare di costruzioni più basse. La sede di una compagnia petrolifera qua, quella di una compagnia telefonica là, una banca islamica poco più avanti, l’aspetto della città sta cambiando. E neanche tanto lentamente.
Il makeup è iniziato in realtà circa quattro-cinque anni fa, quasi in contemporanea, per una cinica coincidenza, con l’inizio della guerra in Darfur. Un’operazione di chirurgia estetica possibile grazie alle entrate del petrolio, di cui il Sudan è diventato produttore nel 1999. Ma la ricchezza petrolifera da sola non può spiegare tutto, anche perché negli stessi anni il governo di Khartoum era ancora pesantemente impegnato nella guerra con il Sud, con grande dispendio di risorse. Accanto all’oro nero, quindi, c’è anche stata la volontà di trasformare il volto della città per attirare capitali stranieri, attratti dal fascino di un mercato praticamente vergine e potenzialmente ricco. Si è iniziato con l’asfaltare parte delle strade, curare le aiuole del lungo Nilo, pensare alla segnaletica orizzontale per i viali principali, passando poi ad autorizzare gli investimenti stranieri per la costruzioni di sede di banche, hotel e aziende statali.
A cinque anni di distanza dall’inizio di questo percorso il richiamo a Dubai e ai suoi avveniristici palazzi sta prendendo forma. E diventa evidente non appena costeggiando il Nilo Azzurro si supera il palazzo presidenziale e ci si avvicina al punto in cui i due fiumi si uniscono per formare il Nilo principale, che da qui arriverà unito fino al Mediterraneo. D’un tratto sulla sinistra appare un altissimo edificio che splende per il suo candido biancore. A guardare meglio, si nota che la sua straordinarietà nel panorama cittadino non è data solo dal colore e dall’altezza, ma anche dalla forma: una gigantesca vela che guarda il fiume. Esattamente come nello hub finanziario che si affaccia sul Golfo Persico. È il Burj el-Fatih, un hotel a cinque stelle più comunemente conosciuto tra la gente come il “Gheddafi hotel”. Un nome non casuale, visto che la costruzione della vela, affidata anni fa all’italiana Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, è stata finanziata dal governo libico con circa 80 milioni di euro, in quello che i responsabili del progetto dipingono come “un regalo al Sudan da parte della Libia più che un investimento”. Molte altre decine di milioni di euro sono andati a coprire le spese degli allestimenti interni: l’hotel a cinque stelle, gli ascensori in vetro panoramici, i campi da tennis, le piscine, il centro commerciale, il bagno turco.
L’orgoglioso progetto libico impallidisce però di fronte il più recente “Mogram project”, ovvero il “Progetto confluenza”: un enorme progetto edilizio da 4 miliardi di dollari (700 milioni solo per le infrastrutture), che nascerà in un punto unico al mondo, quello in cui le acque del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro si mescolano iniziando il loro cammino unitario verso la foce. “Vogliamo cambiare la faccia di Khartoum”, ha detto al Diario Amir Osman, il portavoce della compagnia Al-Sunut, la joint venture tra lo stato di Khartoum e il sudanese Dal Group creata per trasformare in realtà il Mogram project. “Per farlo abbiamo pensato a un progetto molto esteso che comprenderà un’area commerciale, che nascerà a ridosso della confluenza, e una residenziale. In mezzo, un enorme parco pubblico e un campo da golf regolamentare, da 18 buche”. Dove sarà probabilmente una sfida giocare, visto le temperature altissime che Khartoum registra, estate e “inverno”.
Il progetto è stato lanciato ufficialmente nel settembre 2005, quando il Sudan ha partecipato per la prima volta alla fiera del settore immobiliare di (guarda caso) Dubai. I lavori di preparazione del terreno sia per la costruzione degli edifici che per quella di strade, parcheggi, dell’argine sul Nilo Bianco e la corrispondente Corniche sono già iniziati. E i numeri sono stellari. L’area commerciale occuperà circa 60 ettari, divisi in 44 lotti da poco meno di mezzo ettaro ciascuno che sono stati già in larga parte venduti, al modico prezzo di 5 milioni di dollari ciascuno. Accanto allo stesso Dal Group, a cui rimarranno cinque lotti, gli acquirenti coprono il settore petrolifero (la Petrodar e la Greater Nile Petroleum Co., due dei consorzi a guida cinese che dominano il mercato sudanese), quello bancario (la Dubai Islamic Bank e la Salam Bank, a capitale sudanese e degli Emirati) e vari altri ambiti, dalle telecomunicazioni, con gruppi sudanesi e stranieri, all’alberghiero (un gruppo pakistano ha già in progetto un altro albergo a cinque stelle).
“Chi ha comprato i nostri lotti”, spiega Amir Osman, “ha deciso di venire in Sudan per investire, nel lungo periodo, in tutti i settori. Non si spende 5 milioni per acquistare un lotto di terreno e altri 20 per costruire gli edifici solo per poter dire di avere uffici a Khartoum”. Sulle regole, continua Osman, “saremo rigidissimi. Khartoum è nata in modo caotico, senza un piano regolatore. Nel nostro progetto invece il piano c’è: ai nostri clienti vendiamo il terreno e loro costruiranno le loro sedi secondo disegni e regole ben definite”.
Accanto alla parte riservata agli uffici, nell’area commerciale ci sarà un’altra per gli hotel e una riservata a locali, cinema, ristoranti e tutti i servizi di cui una comunità ha bisogno. “Sarà quasi una città nella città, che però dovrà essere accessibile a tutti”, aggiunge Osman. “La Corniche, ad esempio, partirà dalla confluenza, continuerà per sei km lungo la sponda del Nilo Bianco e sarà ovviamente aperta a tutti, diventando un luogo di aggregazione, un po' come succede al Cairo”. Stessa idea per l’area residenziale, o quantomeno per una sua parte. L’area conterà 1200 ville e 50700 appartamenti, che secondo Osman dovrebbero essere alla portata di tutte le tasche, anche grazie alla possibilità più unica che rara in Sudan di accendere mutui ripagabili sull’arco di 15-20 anni, “come in Europa”.
Provare a parlare di politica con Amir Osman è impossibile, l’ha chiarito per prima cosa all’inizio dell’incontro. Il Darfur e i mille problemi di un paese da sempre segnato da guerre civili sembrano lontani anni luce. Non è così e non solo perché basta attraversare il Nilo, allontanarsi per qualche chilometro dal centro città e si arriva nelle sterminate periferie nate al margine del deserto dove circa due milioni di sfollati delle varie guerre sudanesi vivono senza niente. A fine maggio la Al-Sunut è entrata nell’elenco delle trenta compagnie di proprietà o sotto il controllo del governo sudanese che il governo di Washington ha deciso di sanzionare.
Amir Osman non vuole affrontare la questione. Ma alla fine qualche cosa la dice. “Gli investitori che sono già arrivati vengono soprattutto dai paesi del Golfo e dell’Asia e si fidano del Sudan. Il presidente del Dal Group ripete spesso che in trent’anni di carriera non ha mai visto in questo paese un boom e una stabilità economica come quella in atto da qualche tempo. Ma è una stabilità che gli investitori europei non notano, spaventati dalle notizie sul Darfur. Una soluzione a quella guerra”, aggiunge, “va trovata, e parlo da cittadino sudanese, non come portavoce della compagnia”.
Intanto però, sanzioni o non sanzioni, l’economia sudanese continua il suo corso, come anche i molti cantieri della capitale. Il Sudan “stato fallito” è da un’altra parte.

Irene Panozzo, Lettera22

Il reportage è uscito sul numero di Diario in edicola questa settimana

1 commento:

Anonimo ha detto...

Scusami, sdrammatizzo... vorresti dire che se venissi lì, sarei pieno di lavoro..??? ciccio. (dimmi quando ti posso beccare su skype)

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