29 dic 2009

Perchè la guerra fa schifo.

Ci sono storie che lette sui libri fanno impressione.

Le stesse storie raccontate da chi le ha vissute sono ancora più sconvolgenti. Soprattutto quando parlano di vita vera, quando conosci abbastanza bene chi te le racconta, quando parlano del paese dove ti trovi e della gente che hai attorno, quando negli occhi di chi hai di fronte vedi commozione, coinvolgimento, paura, ricordi e poi anche gioia e speranza. Soprattutto quando per il puro gioco del caso queste storie ti riportano alla mente immagini e colori di posti lontani ma che hai visto personalmente.

C’è una città nel sud Uganda, sulle rive del lago Vittoria, che si chiama Masaka. Ha circa 70.000 abitanti e si trova sulla “highway” che collega Mbarara alla capitale, Kampala.

Masaka era una delle tappe di un fantastico viaggio (il Viaggio, con la v maiuscola) che porterò per sempre nel cuore, negli occhi e sulla pelle.

Karungu, Mwanza, Nyakatasi, Kigali, Mbarara, Masaka, Kampala, Jinja e poi di nuovo Karungu.

Kenya, Tanzania, Rwanda, Uganda e poi di nuovo Kenya.

E ora in Sudan -uno stato diviso a metà e sgretolato da più di vent’anni di guerra civile tra nord e sud, divisi dal petrolio, dalla lingua, dalla cultura e dal colore della pelle- ritrovo in una storia di fuga, divisione e riscoperta gli stessi suoni e le stesse immagini dell’Uganda attraversata qualche mese fa.

Masaka e Kampala.

Ma nella storia si parla di un Uganda molto diversa, quella prima di Obote e poi di Idi Amin, due tra i peggiori dittatori che l’Africa abbia mai avuto, la cui storia politica e personale è zeppa di sangue, violenza e terrore.

Nel 1971, grazie ad un colpo di stato militare, Amin ha fatto deporre Obote ed è diventato presidente, promettendo pace e prosperità e dando in cambio solo pulizia etnica, corruzione e una nazione in ginocchio.

In quel periodo chi mi ha raccontato questa storia viveva con la sua famiglia in un villaggio nel distretto di Masaka, a circa una quarantina di km da Kampala.

Il padre e la madre pochi anni prima erano scappati da Juba, capitale del Sud Sudan, quando era in procinto di scoppiare quella stessa guerra civile tra nord e sud di cui ancora oggi ne viviamo le conseguenze.

La fuga è stata tempestiva e ha permesso loro di evitare la perdita di tutto quello che avevano, di evitare periodi di “reclusione” in campi profughi affollati e in condizioni precarie e ha permesso loro di potersi comprare un pezzo di terra, ricostruirsi una casa e ricominciare una vita.

Ma l’arrivo dei soldati di Amin ha posto fine per la seconda volta a tutto questo.

Perché la persona di cui parlo è nata in Uganda e frequentava la scuola non lontano dal suo villaggio, ma purtroppo è stato rapito dalle milizie in arrivo e si è ritrovato in sud Sudan.

Da solo.

E da solo è ripartito, profugo del sud verso il nord. Verso un posto, Khartoum, che era una specie di terra promessa. Dove non c’era la guerra e dove si poteva provare a campare in qualche modo.

Ora ha una famiglia, grande e stupenda. Ha un lavoro, sicuro e importante, perché aiuta tanta gente, ha i soldi per permettersi la corrente in casa e mandare i figli a scuola. E tutto questo è tanto per una persona che vive in un campo profughi, o insediamento sub-urbano per internal displaced people, o come meglio credete si possa chiamare un posto come Mayo.

Ma la cosa incredibile è stato il racconto di quando, 17 anni dopo essere stato portato via dall’Uganda, sia riuscito a entrare in contatto di nuovo con la sua famiglia e di quando, 2 anni fa, sia riuscito a rivedere sua mamma, che tra le lacrime non voleva credere di avere di nuovo davanti a lei suo figlio.

Questa è la storia.


Io non so raccontare storie, né tanto meno storie di questo tipo.

Non credo di essere in grado di trasmettere a parole quello che ho provato sentendo questa storia o guardando negli occhi chi me l'ha raccontata.

Ma volevo provarci, perché credo sia giusto farlo.

Perché credo sia giusto che si sappia che la guerra fa schifo.

28 dic 2009

Il mantello del passato

"Il mantello del passato è fatto con il tessuto delle emozioni della nostra vita e cucito con i fili enigmatici del tempo. In genere non possiamo fare altro che avvolgercelo intorno alle spalle per trarne conforto, o trascinarcelo dietro mentre ci sforziamo di proseguire il nostro cammino.

Ma tutto ha una causa e un senso.

Ogni vita, ogni amore, ogni azione, ogni emozione e pensiero hanno una ragione ed un significato. E a volte riusciamo a vederli. A volte vediamo il passato con tale chiarezza, e le parti che lo compongono ci appaiono con tale limpidezza che ogni cucitura del tempo rivela il suo scopo, il messaggio che contiene.

Nella vita di ognuno di noi, poco importa che sia vissuta nell'abbondanza o nella miseria, nulla porta più conoscenza del fallimento, e più chiarezza del dolore. E nella minuscola preziosa saggezza che otteniamo, quei nemici temuti e odiati, dolore e fallimento, hanno diritto e ragione di esistere".


(G.D. Roberts, Shantaram)


24 dic 2009

Salam aleikum.

E così capita che per giorni cerchi il Natale senza trovarlo, sentendoti orfano di sensazioni, colori, suoni, odori, sapori e facce che per 27 anni non sono mai mancati una volta. Capita che ti aggrappi a ogni singola finestrella del calendario dell’avvento e nella campanella o nella candelina che si scopre vorresti davvero sentire il tintinnio o vedere la luce calda dello stoppino che brucia. Capita che gli alberelli di plastica di 15 cm con la neve finta e una stella in cima ti rendano ancora più triste di quello che vorresti essere e che effettivamente ti trovi ad essere. Capita che le luci montate sui bamboo fuori dalle camere ti ricordino solo un lunapark di provincia e nient’altro.

E poi capita che ti svegli una mattina e improvvisamente senti il Natale che ti urla dentro, forte, assordante, pungente, e ti accorgi che se prima non lo trovavi era solo perchè cercavi nel posto o nel modo sbagliato.

Due anni fa a quest'ora scendevo un aereo a Linate che i riportava a casa dopo i primi sei mesi di missione, con la valigia piena di datteri e karkadè e la testa piena di sogni e progetti.

Ora è di nuovo la vigilia ed è di nuovo Sudan, ma la valigia è vuota, chiusa nell'armadio e io sono nella Clinica Pediatrica a Mayo, qualche km fuori Khartoum, sul bordo di un campo profughi. Dietro la sottile parete di plastica che separa l’ufficio dal corto corridoio che porta nelle due sale visita e in ward sento i primi bambini che entrano. Qualcuno piange, le mamme non parlano e le voci sono solo dello staff che è già al lavoro, le dottoresse visitano, due infermiere le aiutano e il terzo si prende cura di un paziente in ward, il farmacista prepara il suo tavolo pieno di pillole e tubetti, la laboratorista si siede davanti al microscpio, i cleaner sistemano per la giornata e fuori il rombo del generatore fa da sottofondo.

Ora, finalmente, mi sono accorto che il Natale ce l’avevo sotto gli occhi tutti i giorni, da ottobre, da quando sono arrivato in questo posto magico e magnifico. Ed ecco che oggi è diventato qualcosa di difficile da tenere dentro, è un nodo alla gola che stringe le parole e le soffoca, è occhi lucidi e contorni confusi, è pelle d’oca per qualunque pensiero. Ma è anche la bellezza dei sorrisi dati e ricevuti a chi ho attorno, che siano staff o bimbi o mamme.

Quest’anno più che mai il Natale ha a che fare con la pace. Un concetto ampio di pace, che coinvolge e ingloba tutto e tutti.

Fuori da queste quattro mura bianche purtroppo tutto è pieni di segni e conseguenze della “non-pace”. Venticinque anni di guerra civile tra nord e sud, la tragedia del darfur, le tensioni tra stati confinanti, le violenze tribali e le carestie hanno costretto la gente a scappare da casa per rifugiarsi in questo “non-luogo” a pochi km da una città che tutti i giorni ostenta una serenità che non è reale e una pace artificiale fatta di soldi e barili di petrolio. E questo non-luogo diventa tutti i giorni un ritratto reale del Natale, un presepio fatto di 300.000 o forse addirittura 500.000 persone.

Ma non si tratta solo di questo. Perchè i segni e le conseguenze dalla “non-pace” ce li ho anche addosso.

Ricordo bene una giornata che ho passato con un amico qualche mese fa, una giornata trascorsa a versare millemila parole e altrettanti bicchieri di amaro con un’etichetta che invece consigliava l’esatto opposto. E in quell’occasione particolare mi sono sentito dire che prima di tutto il resto quello che conta davvero è far pace con se stessi. Perchè è solo così che potremo prima o poi far pace anche con gli altri.

Non so a che punto sono, certo di strada ne manca ancora tanta. O forse addirittura sono ancora fermo alla linea di partenza in attesa di qualcuno o qualcosa che mi dia il via, o della forza necessaria per farlo. Ma il fatto di aver capito in che direzione andare mi da un minimo di coraggio, così come le persone che per un motivo o per l’altro, coscienti o no di farlo, mi stanno dando una mano.

Mi dispiace esser lontano a fare il Natale, ma credo sia giusto così. Non saranno d’accordo le nonne, lo so, ma sono sicuro che a casa abbiano capito.

Fin’ora ho scritto poco perchè non sapevo fin dove le dita sulla tastiera mi avrebbero condotto e ne avevo paura, perchè tante notti insonni e giornate a guardare il cielo e il Nilo portano veramente lontano coi pensieri, ma ora la testa è piena di tutto e il Natale è un’occasione buona per far uscire una piccola parte di questo tutto.

E ora credo di aver capito cosa devo cercare in questo grande caos che mi riempie la testa e lo stomaco. Certo poi bisogna anche sapere come fare a cercare, iniziare a farlo, ecc..ma pole pole si può tutto, e credo di conoscere persone abbastanza coraggiose e forti da poter testimoniare che è vero.

E poi i pensieri continuano, corrono. E intanto fuori aumentano i pianti dei bimbi, il vociare delle mamme, i rumori dello staff che come tutti i giorni si prende cura.

Io ora vado a tuffarmi nel mio Natale, fatto di caldo, bimbi, compagni di viaggio, fatto di una lingua incomprensibile ma che ora mi suona familiare, di speranza, di sogni di pace, di desiderio di carezze e di ricerca di perdono.


Salam aleikum.

Buon Natale a tutti.

Col cuore.


13 dic 2009

Allaround


E' solo un piccolo inizio, ma spero di poterlo presto coltivare e farlo crescere. Non è una mostra delle foto più belle ma è un tentativo di raccontare storie. A modo mio.
O meglio, è un tentativo di raccontare storie come io le ho viste, lette, interpretate, sfogliate, tradotte, capite, vissute. O immaginate.
Siamo immersi nelle storie, storie di tutti i giorni, della gente, storie di streghe, maghi, principesse e principi, storie allegre, drammatiche, attuali, inverosimili, banali, avventurose, stupide, avvincenti, ecc...
All around us.
C'è chi le sa raccontare, chi le sa scrivere, chi se ne frega, chi preferisce dimenticarle. Questo è il mio tentativo di raccontarne qualcuna che merita di essere raccontata.

Anche se alla fine meriterebbero di essere raccontate (quasi) tutte.


04 dic 2009

Happy birthday Mayo!!

Quattro anni esatti.
Più di 66.000 bambini visitati e curati. Gratuitamente.
E tanta voglia di continuare a fare di più e meglio.
Happy birthday Mayo!!

fuori dalla clinica

in bianco: le nurse Lucia e Tereza e le dott. Khalda e Fatma
dietro in rosso Abdulgadir (cleaner) e in azzurro Adam (il capo delle guardie)

01 dic 2009

Cartoline dal campo...



World AIDS day 2009 - إتاحة الصحة للجميع تجسيد لحقوق الإنسان


E in questa occasione il pensiero va ai miei nipotini (e non solo) in Kenya e a tutte quelle persone che stanno dando il massimo, sempre, e che credono che un mondo migliore sia realmente possibile.
Quante lezioni mi avete dato.
Tutti.
Grazie.

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