29 dic 2009

Perchè la guerra fa schifo.

Ci sono storie che lette sui libri fanno impressione.

Le stesse storie raccontate da chi le ha vissute sono ancora più sconvolgenti. Soprattutto quando parlano di vita vera, quando conosci abbastanza bene chi te le racconta, quando parlano del paese dove ti trovi e della gente che hai attorno, quando negli occhi di chi hai di fronte vedi commozione, coinvolgimento, paura, ricordi e poi anche gioia e speranza. Soprattutto quando per il puro gioco del caso queste storie ti riportano alla mente immagini e colori di posti lontani ma che hai visto personalmente.

C’è una città nel sud Uganda, sulle rive del lago Vittoria, che si chiama Masaka. Ha circa 70.000 abitanti e si trova sulla “highway” che collega Mbarara alla capitale, Kampala.

Masaka era una delle tappe di un fantastico viaggio (il Viaggio, con la v maiuscola) che porterò per sempre nel cuore, negli occhi e sulla pelle.

Karungu, Mwanza, Nyakatasi, Kigali, Mbarara, Masaka, Kampala, Jinja e poi di nuovo Karungu.

Kenya, Tanzania, Rwanda, Uganda e poi di nuovo Kenya.

E ora in Sudan -uno stato diviso a metà e sgretolato da più di vent’anni di guerra civile tra nord e sud, divisi dal petrolio, dalla lingua, dalla cultura e dal colore della pelle- ritrovo in una storia di fuga, divisione e riscoperta gli stessi suoni e le stesse immagini dell’Uganda attraversata qualche mese fa.

Masaka e Kampala.

Ma nella storia si parla di un Uganda molto diversa, quella prima di Obote e poi di Idi Amin, due tra i peggiori dittatori che l’Africa abbia mai avuto, la cui storia politica e personale è zeppa di sangue, violenza e terrore.

Nel 1971, grazie ad un colpo di stato militare, Amin ha fatto deporre Obote ed è diventato presidente, promettendo pace e prosperità e dando in cambio solo pulizia etnica, corruzione e una nazione in ginocchio.

In quel periodo chi mi ha raccontato questa storia viveva con la sua famiglia in un villaggio nel distretto di Masaka, a circa una quarantina di km da Kampala.

Il padre e la madre pochi anni prima erano scappati da Juba, capitale del Sud Sudan, quando era in procinto di scoppiare quella stessa guerra civile tra nord e sud di cui ancora oggi ne viviamo le conseguenze.

La fuga è stata tempestiva e ha permesso loro di evitare la perdita di tutto quello che avevano, di evitare periodi di “reclusione” in campi profughi affollati e in condizioni precarie e ha permesso loro di potersi comprare un pezzo di terra, ricostruirsi una casa e ricominciare una vita.

Ma l’arrivo dei soldati di Amin ha posto fine per la seconda volta a tutto questo.

Perché la persona di cui parlo è nata in Uganda e frequentava la scuola non lontano dal suo villaggio, ma purtroppo è stato rapito dalle milizie in arrivo e si è ritrovato in sud Sudan.

Da solo.

E da solo è ripartito, profugo del sud verso il nord. Verso un posto, Khartoum, che era una specie di terra promessa. Dove non c’era la guerra e dove si poteva provare a campare in qualche modo.

Ora ha una famiglia, grande e stupenda. Ha un lavoro, sicuro e importante, perché aiuta tanta gente, ha i soldi per permettersi la corrente in casa e mandare i figli a scuola. E tutto questo è tanto per una persona che vive in un campo profughi, o insediamento sub-urbano per internal displaced people, o come meglio credete si possa chiamare un posto come Mayo.

Ma la cosa incredibile è stato il racconto di quando, 17 anni dopo essere stato portato via dall’Uganda, sia riuscito a entrare in contatto di nuovo con la sua famiglia e di quando, 2 anni fa, sia riuscito a rivedere sua mamma, che tra le lacrime non voleva credere di avere di nuovo davanti a lei suo figlio.

Questa è la storia.


Io non so raccontare storie, né tanto meno storie di questo tipo.

Non credo di essere in grado di trasmettere a parole quello che ho provato sentendo questa storia o guardando negli occhi chi me l'ha raccontata.

Ma volevo provarci, perché credo sia giusto farlo.

Perché credo sia giusto che si sappia che la guerra fa schifo.

28 dic 2009

Il mantello del passato

"Il mantello del passato è fatto con il tessuto delle emozioni della nostra vita e cucito con i fili enigmatici del tempo. In genere non possiamo fare altro che avvolgercelo intorno alle spalle per trarne conforto, o trascinarcelo dietro mentre ci sforziamo di proseguire il nostro cammino.

Ma tutto ha una causa e un senso.

Ogni vita, ogni amore, ogni azione, ogni emozione e pensiero hanno una ragione ed un significato. E a volte riusciamo a vederli. A volte vediamo il passato con tale chiarezza, e le parti che lo compongono ci appaiono con tale limpidezza che ogni cucitura del tempo rivela il suo scopo, il messaggio che contiene.

Nella vita di ognuno di noi, poco importa che sia vissuta nell'abbondanza o nella miseria, nulla porta più conoscenza del fallimento, e più chiarezza del dolore. E nella minuscola preziosa saggezza che otteniamo, quei nemici temuti e odiati, dolore e fallimento, hanno diritto e ragione di esistere".


(G.D. Roberts, Shantaram)


24 dic 2009

Salam aleikum.

E così capita che per giorni cerchi il Natale senza trovarlo, sentendoti orfano di sensazioni, colori, suoni, odori, sapori e facce che per 27 anni non sono mai mancati una volta. Capita che ti aggrappi a ogni singola finestrella del calendario dell’avvento e nella campanella o nella candelina che si scopre vorresti davvero sentire il tintinnio o vedere la luce calda dello stoppino che brucia. Capita che gli alberelli di plastica di 15 cm con la neve finta e una stella in cima ti rendano ancora più triste di quello che vorresti essere e che effettivamente ti trovi ad essere. Capita che le luci montate sui bamboo fuori dalle camere ti ricordino solo un lunapark di provincia e nient’altro.

E poi capita che ti svegli una mattina e improvvisamente senti il Natale che ti urla dentro, forte, assordante, pungente, e ti accorgi che se prima non lo trovavi era solo perchè cercavi nel posto o nel modo sbagliato.

Due anni fa a quest'ora scendevo un aereo a Linate che i riportava a casa dopo i primi sei mesi di missione, con la valigia piena di datteri e karkadè e la testa piena di sogni e progetti.

Ora è di nuovo la vigilia ed è di nuovo Sudan, ma la valigia è vuota, chiusa nell'armadio e io sono nella Clinica Pediatrica a Mayo, qualche km fuori Khartoum, sul bordo di un campo profughi. Dietro la sottile parete di plastica che separa l’ufficio dal corto corridoio che porta nelle due sale visita e in ward sento i primi bambini che entrano. Qualcuno piange, le mamme non parlano e le voci sono solo dello staff che è già al lavoro, le dottoresse visitano, due infermiere le aiutano e il terzo si prende cura di un paziente in ward, il farmacista prepara il suo tavolo pieno di pillole e tubetti, la laboratorista si siede davanti al microscpio, i cleaner sistemano per la giornata e fuori il rombo del generatore fa da sottofondo.

Ora, finalmente, mi sono accorto che il Natale ce l’avevo sotto gli occhi tutti i giorni, da ottobre, da quando sono arrivato in questo posto magico e magnifico. Ed ecco che oggi è diventato qualcosa di difficile da tenere dentro, è un nodo alla gola che stringe le parole e le soffoca, è occhi lucidi e contorni confusi, è pelle d’oca per qualunque pensiero. Ma è anche la bellezza dei sorrisi dati e ricevuti a chi ho attorno, che siano staff o bimbi o mamme.

Quest’anno più che mai il Natale ha a che fare con la pace. Un concetto ampio di pace, che coinvolge e ingloba tutto e tutti.

Fuori da queste quattro mura bianche purtroppo tutto è pieni di segni e conseguenze della “non-pace”. Venticinque anni di guerra civile tra nord e sud, la tragedia del darfur, le tensioni tra stati confinanti, le violenze tribali e le carestie hanno costretto la gente a scappare da casa per rifugiarsi in questo “non-luogo” a pochi km da una città che tutti i giorni ostenta una serenità che non è reale e una pace artificiale fatta di soldi e barili di petrolio. E questo non-luogo diventa tutti i giorni un ritratto reale del Natale, un presepio fatto di 300.000 o forse addirittura 500.000 persone.

Ma non si tratta solo di questo. Perchè i segni e le conseguenze dalla “non-pace” ce li ho anche addosso.

Ricordo bene una giornata che ho passato con un amico qualche mese fa, una giornata trascorsa a versare millemila parole e altrettanti bicchieri di amaro con un’etichetta che invece consigliava l’esatto opposto. E in quell’occasione particolare mi sono sentito dire che prima di tutto il resto quello che conta davvero è far pace con se stessi. Perchè è solo così che potremo prima o poi far pace anche con gli altri.

Non so a che punto sono, certo di strada ne manca ancora tanta. O forse addirittura sono ancora fermo alla linea di partenza in attesa di qualcuno o qualcosa che mi dia il via, o della forza necessaria per farlo. Ma il fatto di aver capito in che direzione andare mi da un minimo di coraggio, così come le persone che per un motivo o per l’altro, coscienti o no di farlo, mi stanno dando una mano.

Mi dispiace esser lontano a fare il Natale, ma credo sia giusto così. Non saranno d’accordo le nonne, lo so, ma sono sicuro che a casa abbiano capito.

Fin’ora ho scritto poco perchè non sapevo fin dove le dita sulla tastiera mi avrebbero condotto e ne avevo paura, perchè tante notti insonni e giornate a guardare il cielo e il Nilo portano veramente lontano coi pensieri, ma ora la testa è piena di tutto e il Natale è un’occasione buona per far uscire una piccola parte di questo tutto.

E ora credo di aver capito cosa devo cercare in questo grande caos che mi riempie la testa e lo stomaco. Certo poi bisogna anche sapere come fare a cercare, iniziare a farlo, ecc..ma pole pole si può tutto, e credo di conoscere persone abbastanza coraggiose e forti da poter testimoniare che è vero.

E poi i pensieri continuano, corrono. E intanto fuori aumentano i pianti dei bimbi, il vociare delle mamme, i rumori dello staff che come tutti i giorni si prende cura.

Io ora vado a tuffarmi nel mio Natale, fatto di caldo, bimbi, compagni di viaggio, fatto di una lingua incomprensibile ma che ora mi suona familiare, di speranza, di sogni di pace, di desiderio di carezze e di ricerca di perdono.


Salam aleikum.

Buon Natale a tutti.

Col cuore.


13 dic 2009

Allaround


E' solo un piccolo inizio, ma spero di poterlo presto coltivare e farlo crescere. Non è una mostra delle foto più belle ma è un tentativo di raccontare storie. A modo mio.
O meglio, è un tentativo di raccontare storie come io le ho viste, lette, interpretate, sfogliate, tradotte, capite, vissute. O immaginate.
Siamo immersi nelle storie, storie di tutti i giorni, della gente, storie di streghe, maghi, principesse e principi, storie allegre, drammatiche, attuali, inverosimili, banali, avventurose, stupide, avvincenti, ecc...
All around us.
C'è chi le sa raccontare, chi le sa scrivere, chi se ne frega, chi preferisce dimenticarle. Questo è il mio tentativo di raccontarne qualcuna che merita di essere raccontata.

Anche se alla fine meriterebbero di essere raccontate (quasi) tutte.


04 dic 2009

Happy birthday Mayo!!

Quattro anni esatti.
Più di 66.000 bambini visitati e curati. Gratuitamente.
E tanta voglia di continuare a fare di più e meglio.
Happy birthday Mayo!!

fuori dalla clinica

in bianco: le nurse Lucia e Tereza e le dott. Khalda e Fatma
dietro in rosso Abdulgadir (cleaner) e in azzurro Adam (il capo delle guardie)

01 dic 2009

Cartoline dal campo...



World AIDS day 2009 - إتاحة الصحة للجميع تجسيد لحقوق الإنسان


E in questa occasione il pensiero va ai miei nipotini (e non solo) in Kenya e a tutte quelle persone che stanno dando il massimo, sempre, e che credono che un mondo migliore sia realmente possibile.
Quante lezioni mi avete dato.
Tutti.
Grazie.

28 nov 2009

26 nov 2009

Acqua.

L'acqua.
Quante volte a
bbiamo sentito dire a scuola che la vita ha avuto inizio in acqua? e quante volte alla televisione abbiamo sentito parlare della NASA che cerca acqua sulla luna o su marte? quante volte dopo una partita a calcio sotto il sole estivo o dopo un lavoro pesante ci siamo sentiti "morire" di sete?


Se ripenso al
mio (seppur breve) gironzolare per l'Africa uno degli argomenti che mi hanno fatto costantemente riflettere è stato quello dell'acqua e tutt'ora qui, in Sudan, specialmente nel campo di Mayo, si ripropone ogni giorno.
Non importa che sia Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda o Sudan...perchè di qualunque posto si parli ecco che alla mente tornano uomini, donne o bambini (di qualunque età), secchi, barili, contenitori di ogni genere, laghi più o meno grandi, pozzi e pozzanghere, fiumi, km e km, asini, carretti, spalle allenate a portare pesi, teste cariche, lunghe attese...

Ricordo Otati, in K
enya. Un bellissimo mercato pieno di vita, un punto di incontro per la gente delle colline attorno, un posto magnifico a metà tra il verde della vegetazione e il blu del cielo. Un posto che noi, nella stagione secca, partendo dalla riva del lago Vittoria, abbiamo raggiunto in un'oretta (o forse qualcosa di più?) col LandCruiser. Ed è stato inevitabile da lassù pensare a cosa voglia dire in termini di fatica e di sacrificio dover procurarsi dell'acqua per poter (soprav)vivere lassù. E non si parla ovviamente di docce o chissà che altro, ma solamente di bere, far da mangiare e garantirsi un minimo di igiene personale. Tutto questo significano ore con un asino e due piccoli barili da 40 litri legati sulla schiena, un sentiero o una strada sterrata. E in certi mesi dell'anno significa anche dover camminare nel fango che si attacca ai piedi rendendoli pesantissimi da sollevare o che fa sprofondare fino alle caviglie.

Ricordo grosse poz
zanghere marroni lungo il bordo della strada e decine di persone intente a lavare vestiti o qualunque altra cosa, riempire secchi e bottiglie, farci il bagno con un pezzo di sapone preso al mercato.

Ricordo il grosso contr
asto della vegetazione sulla stricia intorno al Nilo che improvvisamente diventa solo sabbia, sassi e qualche piccolo arbusto.

Ricordo il pozzo di Naga, nel deserto sulla st
rada di ritorno da Merowe. Un buco nella sabbia, nero, senza fine, chiuso da un coperchio di lamiera. Niente a che vedere coi pozzi che possiamo immaginarci noi, quelli delle corti rinascimentali o quelli dei desideri. Nessuna "carrucola a gemere come una banderuola dopo che il vento ha dormito a lungo". Sopra l'apertura solo un tronco di legno segnato da profonde cicatrici, ricordo dello scorrere delle corde tirate dagli asini. Un posto stano, surreale, ma che trasudava fascino e importanza.

Ricordo un'altro pozz
o in Kenya, ma non ricordo il nome. Due o tre semplici rubinetti che escono dalla terra e attorno decine di persone in ordinata attesa con i loro contenitori gialli da 20 litri e tanta, tanta pazienza.

Ricordo le rive del Lago Vittoria e il fiume di persone che ogni giorno, mattina e sera, va e poi viene. E poi va e poi viene. E poi va e poi viene. Giorno dopo giorno. Per una vita. E il lago diventa il posto dove farsi il bagno, lavare i vestiti e le pentole e i figli piccoli, far bere mucche, asini e maiali, recuperare l'acqua per bere e cucinare, e vattelapesca cos'altro ancora.

E ora tutti giorni
andando verso la clinica passo di fronte a due pozzi appena fuori il campo profughi e assisto al viavai di carretti costruiti con un semplice barile di metallo, due ruote, un asino e un "autista". Delle improvvisate autocisterne che si riforniscono ai pozzi e portano l'acqua in tutto il campo profughi. Per quanto ne sappia io (tutto quelloche abbiamo a disposizione è una mappa disegnata a mano da un Health Promoter che vive nel campo) i pozzi sono una ventina e le persone che dipendono da quei pozzi si stima siano dalle 300 alle 500 mila. In teoria l'acqua è gratis, è un bene comune e non è giusto che appartenga a qualcuno. Ma dato che sono pochi quelli che hanno la possibilità di andare direttamente al pozzo diventa necessario dover pagare il trasporto.
Qui nel campo l'acqua (perchè alla fine è comunque l'acqua che si compra) si paga cara. Per 2 taniche da 20 litri normalmente ci vogliono 2,5 SDG (pound sudanesi), ovvero circa 70 centesimi di Euro. Ma nella stagione delle pioggie, quando tutto diventa fango e gli spostamenti quasi impossibili, il prezzo raddoppia.

Però ogni giorno qua in Sudan vedo anche una cosa bellissima. Fuori da quasi tutte le case che si affacciano sulla strada ci sono delle otri di terracotta, tenute all'ombra e spesso chiuse con un coperchio. E ogni giorno il proprietario si occupa di non far mancare mai l'acqua. Chiunque per strada ha il diritto di attingere a quest'acqua fresca per potersi dissetare.
Perchè l'acqua dovrebbe essere un diritto. Per tutti.

... ... ... ... ... ...

Il nuovo libro di PeaceReporter sul rapporto tra conflitti e sfruttamento delle risorse esce mentre in Italia si privatizza l'acqua

Guerra alla terra prova a raccontare alcuni esempi del distorto rapporto tra uomo e natura nel mondo. Afghanistan, Delta del Niger, Territori Occupati palestinesi, Bolivia, cosa hanno in comune? Sono alcuni dei luoghi in cui la fame di ricchezza dei potenti della terra sta utilizzando lo strumento della guerra per appropriarsi delle risorse e del territorio in modo indiscriminato e selvaggio.

E mentre esce il libro, nel nostro paese si imbocca la strada della privatizzazione dell'acqua. Un bene che non può avere padroni, esattamente come l'aria. Un bene essenziale, che deve essere di tutti, cioé pubblico.

Ma la scelleratezza dei nostri politici evidentemente non ha limiti e non ha pudore, e sceglie di svendere il bene collettivo più prezioso ben sapendo che è proprio sull'acqua che si stanno giocando le mosse della geopolitica internazionale, e che il controllo di questa risorsa sarà sempre più al centro degli interessi dei potenti del mondo - che sono i ricchi e non i governanti - e quindi dei conflitti mondiali.

Sulla privatizzazione delle acque, e sul movimento per mantenerle pubbliche costruito dalla società civile in molti Paesi lo scontro con i governi è stato durissimo, e spesso, per fortuna, è stato vinto dal popolo.

In Italia ci sono state esperienze importanti contro la privatizzazione dell'acqua, e anche nel nostro paese spesso la ragione e il buonsenso hanno prevalso sull'ingordigia.

Ma oggi il gioco si fa pesante: non è più un Comune più o meno grande che sceglie di sottrarre ai suoi cittadini di che dissetarsi. Oggi è il Governo a provare a fare l'interesse di qualche grande compagnia invece che quello dei suoi elettori e in generale degli italiani.

Qualcuno sull'acqua è riuscito a camminare, ma spesso con l'acqua si scivola. E se si cade sull'acqua, a differenza di quanto si possa immaginare, ci si può far male.
Speriamo che l'Italia segua l'esempio della Bolivia.

E, per una volta, chiediamo ai nostri lettori di attivarsi contro quello che è il peggiore furto ai danni della collettività. Privare la gente del diritto all'acqua è davvero una scelta criminale, a cui ci di deve opporre con ogni mezzo lecito.

Per comprare il libro Guerra alla Terra, edito da edizioni ambiente, clicca qui

Maso Notarianni (da Peacereportr.net)

25 nov 2009

21 nov 2009

Non ci resta che...

UNICEF in Sudan urges religious leaders to pray for children.

November 19, 2009 (KHARTOUM) – The United Nations Children’s Fund (UNICEF) representative in Sudan Nils Kastberg called on religious leaders to pray for the children in the country to mark the 20th anniversary of the Convention on the Rights of the Child.

“It is important for organizations like UNICEF to work more closely with religious groups,” Kastberg said.

“Faith-based organizations are often able to reach deprived and marginalized children when others can’t. They can also help create awareness amongst their congregations about children’s rights and needs,” he added.

The World Day of Prayer and Action for Children is part of a worldwide initiative launched by the Global Network of Religions for Children in collaboration with UNICEF.

The objective of the day is to encourage all religions and faith-based groups to join in A Day of Prayer and Action for Children in every house of worship in all communities.

In a document distributed to religious leaders across Sudan, UNICEF has appealed to them to pray for peace.

“Children are the best asset that any country has. They are the future, but for them to have a future, we must safeguard their present now,” it said.

“The most important thing for Sudan is lasting peace. It is the only way to ensure a bright future for the country’s children in the north, south, east and west".

Sudan has emerged from a 20 years long war between North and South in 2005 but another conflict erupted in Western region of Darfur. Both conflicts took a heavy toll on the vulnerable population including children.

Da SudanTribune.com


Dervishi dance

19 nov 2009

La prima guerra del football

Khartoum, 18 nov 2009

Non c'è bisogno di scomodare Saddam Hussein per definirla "la madre di tutti gli spareggi", la partita delle partite. Se a contendersi - stasera a Khartoum - il passaporto per il mondiale di calcio in Sudafrica sono Egitto e Algeria, i toni forti, le metafore da campo di battaglia, ci stanno tutte. La guerra senza virgolette che nelle ultime ore sta divampando tra le due comunità, non solo ad Algeri e al Cairo ma anche in Europa, con scontri, sassaiole, incendi, caccia al nemico, morti e feriti, fa temere che i novanta minuti di oggi possano deflagrare in un'autentica jihad tra "fratelli coltelli" che non si amano nonostante parlino la stessa lingua, professino la stessa fede e facciano entrambi parte della Lega araba, dell'Organizzazione della conferenza islamica e dell'Unione africana. Quella tra "faraoni" e "verdi" è storia fitta di rancori e dispetti. In politica come in economia. E, ovviamente, nel calcio.
Che già fossero entrambe nello stesso girone di qualificazione aveva creato non pochi allarmi. Ma la Fifa se n'era prontamente lavata le mani con un "non possiamo certo guidare i sorteggi". Vero o falso che sia, si è arrivati a quel maledetto o benedetto - dipende ovviamente dai punti di vista - sabato scorso al Cairo, in cui l'Egitto in pieno extra time, al 93', ha segnato il gol del 2 a 0 che avrebbe pareggiato in tutto e per tutto i conti in classifica con la capolista Algeria. Da qui la necessità di una "bella", di un ulteriore match da disputarsi in campo neutro per stabilire chi tra le due nazionali farà parte del lotto delle 32 formazioni che si contenderanno il Mondiale di football.

Khartoum, dunque. O meglio Omdurman, la città gemella della capitale sudanese sull'altra sponda del Nilo. Il Sudan di ospitare questa partita ne avrebbe volentieri fatto a meno. Khartoum stava bene agli egiziani, ma non agli algerini che avrebbero preferito Tunisi. Ma siccome nei palazzi del calcio il Cairo conta di più di Algeri, s'è fatto come chiedevano i "faraoni". Vigilia infuocata, dunque. Con scontri fisici e invettive. Al Cairo, ad Algeri ma anche nelle banlieues di Parigi e Marsiglia. La federcalcio di Algeri ha accusato quella egiziana di aver fomentato gli attacchi al pullman algerino al Cairo dopo il 2-0, che ha portato all'assalto di rappresaglia contro una filiale delle egiziana Orascom ad Algeri. La stessa filiale ha richiamato in patria i suoi 25 dipendenti egiziani, proprio come si farebbe in vista di un conflitto. Naguib Sawiris, il magnate della Orascom, ha chiesto inascoltato un rinvio della partita. Giornali e televisioni hanno dato il loro peggio con titoli che hanno ancor più incendiato gli animi e scambi incrociati d'accuse su chi abbia dato inizio alle violenze.

Ecco perché la capitale sudanese è in stato d'assedio. I 41mila posti disponibili dello stadio sono stati ridotti a 35mila per motivi di sicurezza. Circa 15mila agenti sono stati messi in campo dalle autorità locali per controllare l'ordine pubblico. Ma sono solo 18 mila i posti riservati alle tifoserie giunte da Egitto e Algeria con 40 voli supplementari dal primo, ed aerei anche militari dal secondo. I restanti spettatori - che fin da domenica hanno fatto la fila per conquistarsi un biglietto - sono anch'essi divisi tra i due campi, tanto che vi sarebbero anche già stati i primi scontri.

Certo è che molti tifosi già giunti in Sudan si sentono con il coltello fra i denti, visto che anche ieri la tensione, invece di diminuire come inutilmente auspicato da più parti, è sembrata aumentare. Quel poco che resta per fortuna sa ancora di sport: bandiere che sventolano e gruppi di tifosi che urlano slogan. Minoranze, però.

Chi la spunterà? Difficile dirlo. Il difensore algerino Bougherra usa toni bellicosi: "In campo neutro, mostreremo loro chi sono i veri uomini". Meno male che almeno il ct egiziano, Hassan Shehata, prova ad abbassare i toni: "È una partita in cui abbiamo il cinquanta per cento delle possibilità. In ogni caso è solo un incontro di calcio non una guerra". Speriamo sia davvero così.

Da Repubblica.it

E in questo strano strano paese succede che ci sia bisogno di chiudere per un giorno tutte le scuole della capitale, fermare il lavoro degli uffici pubblici alle 13 e, a quanto pare, dichiarare anche un simil-stato di coprifuoco per uno spareggio di calcio in vista dei mondiali in Sud Africa del 2010. Khartoum da giorni è piena di bandiere algerine, taxi, pulman, balconi, gente per strada. Gli egiziani, vicini di casa, non si mostrano, nonostante in capitale siano una comunità numerosissima, sull'ordine delle decine di migliaia.

La partita ce la siamo guardata in tv, dati i divieti tassativi di muoversi anche solo per andare in un bar (ovviamente per motivi di sicurezza), ma devo dire che sarebbe stato uno spettacolo più unico che raro poter essere allo stadio. E oggi per Khartoum erano ancora le bandiere bianco-verdi dell'Algeria a dominare qualunque strada, e ovunque ci si girasse c'erano tifosi algerini a salutare col dito alzato e la faccia da sonno per una notte passata a zonzo per la città. Gli unici egiziani che abbiamo incontrato erano all'interno di un ristorante (egiziano, ovviamente) ben protetti da diverse decine di poliziotti in assetto antisommossa. Il Sudan Tribune, un giornale locale in lingua inglese, addirittura ha titolato "Egypt dispatching troops to evacuate soccer fans in Sudan".

Due cose sono certe. Innanzitutto complimenti al Sudan che ha evitato che la partita diventasse una guerriglia, garantendo sicurezza e prevenendo ogni scontro (che poi vorrei dire...35.000 tifosi e 15.000 poliziotti...). E poi dico, ma hanno già problemi che bastano per 2 milleni qui in Sudan, ma sta partita non la potevano fare su un isoletta del Pacifico?

(nel video fate caso al pubblico...e alla polizia a bordo campo!!)

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