26 feb 2010
In Africa...
by Andriiia alle 14:24 3 commenti
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29 dic 2009
Perchè la guerra fa schifo.
Ci sono storie che lette sui libri fanno impressione.
Le stesse storie raccontate da chi le ha vissute sono ancora più sconvolgenti. Soprattutto quando parlano di vita vera, quando conosci abbastanza bene chi te le racconta, quando parlano del paese dove ti trovi e della gente che hai attorno, quando negli occhi di chi hai di fronte vedi commozione, coinvolgimento, paura, ricordi e poi anche gioia e speranza. Soprattutto quando per il puro gioco del caso queste storie ti riportano alla mente immagini e colori di posti lontani ma che hai visto personalmente.
C’è una città nel sud Uganda, sulle rive del lago Vittoria, che si chiama Masaka. Ha circa 70.000 abitanti e si trova sulla “highway” che collega Mbarara alla capitale, Kampala.
Masaka era una delle tappe di un fantastico viaggio (il Viaggio, con la v maiuscola) che porterò per sempre nel cuore, negli occhi e sulla pelle.
Karungu, Mwanza, Nyakatasi, Kigali, Mbarara, Masaka, Kampala, Jinja e poi di nuovo Karungu.
Kenya, Tanzania, Rwanda, Uganda e poi di nuovo Kenya.
E ora in Sudan -uno stato diviso a metà e sgretolato da più di vent’anni di guerra civile tra nord e sud, divisi dal petrolio, dalla lingua, dalla cultura e dal colore della pelle- ritrovo in una storia di fuga, divisione e riscoperta gli stessi suoni e le stesse immagini dell’Uganda attraversata qualche mese fa.
Masaka e Kampala.
Ma nella storia si parla di un Uganda molto diversa, quella prima di Obote e poi di Idi Amin, due tra i peggiori dittatori che l’Africa abbia mai avuto, la cui storia politica e personale è zeppa di sangue, violenza e terrore.
Nel 1971, grazie ad un colpo di stato militare, Amin ha fatto deporre Obote ed è diventato presidente, promettendo pace e prosperità e dando in cambio solo pulizia etnica, corruzione e una nazione in ginocchio.
In quel periodo chi mi ha raccontato questa storia viveva con la sua famiglia in un villaggio nel distretto di Masaka, a circa una quarantina di km da Kampala.
Il padre e la madre pochi anni prima erano scappati da Juba, capitale del Sud Sudan, quando era in procinto di scoppiare quella stessa guerra civile tra nord e sud di cui ancora oggi ne viviamo le conseguenze.
La fuga è stata tempestiva e ha permesso loro di evitare la perdita di tutto quello che avevano, di evitare periodi di “reclusione” in campi profughi affollati e in condizioni precarie e ha permesso loro di potersi comprare un pezzo di terra, ricostruirsi una casa e ricominciare una vita.
Ma l’arrivo dei soldati di Amin ha posto fine per la seconda volta a tutto questo.
Perché la persona di cui parlo è nata in Uganda e frequentava la scuola non lontano dal suo villaggio, ma purtroppo è stato rapito dalle milizie in arrivo e si è ritrovato in sud Sudan.
Da solo.
E da solo è ripartito, profugo del sud verso il nord. Verso un posto, Khartoum, che era una specie di terra promessa. Dove non c’era la guerra e dove si poteva provare a campare in qualche modo.
Ora ha una famiglia, grande e stupenda. Ha un lavoro, sicuro e importante, perché aiuta tanta gente, ha i soldi per permettersi la corrente in casa e mandare i figli a scuola. E tutto questo è tanto per una persona che vive in un campo profughi, o insediamento sub-urbano per internal displaced people, o come meglio credete si possa chiamare un posto come Mayo.
Ma la cosa incredibile è stato il racconto di quando, 17 anni dopo essere stato portato via dall’Uganda, sia riuscito a entrare in contatto di nuovo con la sua famiglia e di quando, 2 anni fa, sia riuscito a rivedere sua mamma, che tra le lacrime non voleva credere di avere di nuovo davanti a lei suo figlio.
Questa è la storia.
Io non so raccontare storie, né tanto meno storie di questo tipo.
Non credo di essere in grado di trasmettere a parole quello che ho provato sentendo questa storia o guardando negli occhi chi me l'ha raccontata.
Ma volevo provarci, perché credo sia giusto farlo.
Perché credo sia giusto che si sappia che la guerra fa schifo.
by Andriiia alle 19:35 3 commenti
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24 dic 2009
Salam aleikum.
E così capita che per giorni cerchi il Natale senza trovarlo, sentendoti orfano di sensazioni, colori, suoni, odori, sapori e facce che per 27 anni non sono mai mancati una volta. Capita che ti aggrappi a ogni singola finestrella del calendario dell’avvento e nella campanella o nella candelina che si scopre vorresti davvero sentire il tintinnio o vedere la luce calda dello stoppino che brucia. Capita che gli alberelli di plastica di 15 cm con la neve finta e una stella in cima ti rendano ancora più triste di quello che vorresti essere e che effettivamente ti trovi ad essere. Capita che le luci montate sui bamboo fuori dalle camere ti ricordino solo un lunapark di provincia e nient’altro.
E poi capita che ti svegli una mattina e improvvisamente senti il Natale che ti urla dentro, forte, assordante, pungente, e ti accorgi che se prima non lo trovavi era solo perchè cercavi nel posto o nel modo sbagliato.
Due anni fa a quest'ora scendevo un aereo a Linate che i riportava a casa dopo i primi sei mesi di missione, con la valigia piena di datteri e karkadè e la testa piena di sogni e progetti.
Ora è di nuovo la vigilia ed è di nuovo Sudan, ma la valigia è vuota, chiusa nell'armadio e io sono nella Clinica Pediatrica a Mayo, qualche km fuori Khartoum, sul bordo di un campo profughi. Dietro la sottile parete di plastica che separa l’ufficio dal corto corridoio che porta nelle due sale visita e in ward sento i primi bambini che entrano. Qualcuno piange, le mamme non parlano e le voci sono solo dello staff che è già al lavoro, le dottoresse visitano, due infermiere le aiutano e il terzo si prende cura di un paziente in ward, il farmacista prepara il suo tavolo pieno di pillole e tubetti, la laboratorista si siede davanti al microscpio, i cleaner sistemano per la giornata e fuori il rombo del generatore fa da sottofondo.
Ora, finalmente, mi sono accorto che il Natale ce l’avevo sotto gli occhi tutti i giorni, da ottobre, da quando sono arrivato in questo posto magico e magnifico. Ed ecco che oggi è diventato qualcosa di difficile da tenere dentro, è un nodo alla gola che stringe le parole e le soffoca, è occhi lucidi e contorni confusi, è pelle d’oca per qualunque pensiero. Ma è anche la bellezza dei sorrisi dati e ricevuti a chi ho attorno, che siano staff o bimbi o mamme.
Quest’anno più che mai il Natale ha a che fare con la pace. Un concetto ampio di pace, che coinvolge e ingloba tutto e tutti.
Fuori da queste quattro mura bianche purtroppo tutto è pieni di segni e conseguenze della “non-pace”. Venticinque anni di guerra civile tra nord e sud, la tragedia del darfur, le tensioni tra stati confinanti, le violenze tribali e le carestie hanno costretto la gente a scappare da casa per rifugiarsi in questo “non-luogo” a pochi km da una città che tutti i giorni ostenta una serenità che non è reale e una pace artificiale fatta di soldi e barili di petrolio. E questo non-luogo diventa tutti i giorni un ritratto reale del Natale, un presepio fatto di 300.000 o forse addirittura 500.000 persone.
Ma non si tratta solo di questo. Perchè i segni e le conseguenze dalla “non-pace” ce li ho anche addosso.
Ricordo bene una giornata che ho passato con un amico qualche mese fa, una giornata trascorsa a versare millemila parole e altrettanti bicchieri di amaro con un’etichetta che invece consigliava l’esatto opposto. E in quell’occasione particolare mi sono sentito dire che prima di tutto il resto quello che conta davvero è far pace con se stessi. Perchè è solo così che potremo prima o poi far pace anche con gli altri.
Non so a che punto sono, certo di strada ne manca ancora tanta. O forse addirittura sono ancora fermo alla linea di partenza in attesa di qualcuno o qualcosa che mi dia il via, o della forza necessaria per farlo. Ma il fatto di aver capito in che direzione andare mi da un minimo di coraggio, così come le persone che per un motivo o per l’altro, coscienti o no di farlo, mi stanno dando una mano.
Mi dispiace esser lontano a fare il Natale, ma credo sia giusto così. Non saranno d’accordo le nonne, lo so, ma sono sicuro che a casa abbiano capito.
Fin’ora ho scritto poco perchè non sapevo fin dove le dita sulla tastiera mi avrebbero condotto e ne avevo paura, perchè tante notti insonni e giornate a guardare il cielo e il Nilo portano veramente lontano coi pensieri, ma ora la testa è piena di tutto e il Natale è un’occasione buona per far uscire una piccola parte di questo tutto.
E ora credo di aver capito cosa devo cercare in questo grande caos che mi riempie la testa e lo stomaco. Certo poi bisogna anche sapere come fare a cercare, iniziare a farlo, ecc..ma pole pole si può tutto, e credo di conoscere persone abbastanza coraggiose e forti da poter testimoniare che è vero.
E poi i pensieri continuano, corrono. E intanto fuori aumentano i pianti dei bimbi, il vociare delle mamme, i rumori dello staff che come tutti i giorni si prende cura.
Io ora vado a tuffarmi nel mio Natale, fatto di caldo, bimbi, compagni di viaggio, fatto di una lingua incomprensibile ma che ora mi suona familiare, di speranza, di sogni di pace, di desiderio di carezze e di ricerca di perdono.
Salam aleikum.
Buon Natale a tutti.
Col cuore.
by Andriiia alle 10:23 1 commenti
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1 dic 2009
World AIDS day 2009 - إتاحة الصحة للجميع تجسيد لحقوق الإنسان
26 nov 2009
Acqua.
L'acqua.
Quante volte abbiamo sentito dire a scuola che la vita ha avuto inizio in acqua? e quante volte alla televisione abbiamo sentito parlare della NASA che cerca acqua sulla luna o su marte? quante volte dopo una partita a calcio sotto il sole estivo o dopo un lavoro pesante ci siamo sentiti "morire" di sete?
Se ripenso al
Non importa che sia Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda o Sudan...perchè di qualunque posto si parli ecco che alla mente tornano uomini, donne o bambini (di qualunque età), secchi, barili, contenitori di ogni genere, laghi più o meno grandi, pozzi e pozzanghere, fiumi, km e km, asini
Ricordo Otati, in Kenya. Un bellissimo mercato pieno di vita, un punto di incontro per la gente delle colline attorno, un posto magnifico a metà tra il verde della vegetazione e il blu del cielo. Un posto che noi, nella stagione secca, partendo dalla riva del lago Vittoria, abbiamo raggiunto in un'oretta (o forse qualcosa di più?) col LandCruiser. Ed è stato inevitabile da lassù pensare a cosa voglia dire in termini di fatica e di sacrificio dover procurarsi dell'acqua per poter (soprav)vivere lassù. E non si parla ovviamente di docce o chissà che altro, ma solamente di bere, far da mangiare e garantirsi un minimo di igiene personale. Tutto questo significano ore con un asino e due piccoli barili da 40 litri legati sulla schiena, un sentiero o una strada sterrata. E in certi mesi dell'anno significa anche dover camminare nel fango che si attacca ai piedi rendendoli pesantissimi da sollevare o che fa sprofondare fino alle caviglie.
Ricordo grosse pozzanghere marroni lungo il bordo della strada e decine di persone intente a lavare vestiti o qualunque altra cosa, riempire secchi e bottiglie, farci il bagno con un pezzo di sapone preso al mercato.
Ricordo il grosso contr
Ricordo il pozzo di Naga, nel deserto sulla strada di ritorno da Merowe. Un buco nella sabbia, nero, senza fine, chiuso da un coperchio di lamiera. Niente a che vedere coi pozzi che possiamo immaginarci noi, quelli delle corti rinascimentali o quelli dei desideri. Nessuna "carrucola a gemere come una banderuola dopo che il vento ha dormito a lungo". Sopra l'apertura solo un tronco di legno segnato da profonde cicatrici, ricordo dello scorrere delle corde tirate dagli asini. Un posto stano, surreale, ma che trasudava fascino e importanza.
Ricordo un'altro pozzo in Kenya, ma non ricordo il nome. Due o tre semplici rubinetti che escono dalla terra e attorno decine di persone in ordinata attesa con i loro contenitori gialli da 20 litri e tanta, tanta pazienza.
Ricordo le rive del Lago Vittoria e il fiume di persone che ogni giorno, mattina e sera, va e poi viene. E poi va e poi viene. E poi va e poi viene. Giorno dopo giorno. Per una vita. E il lago diventa il posto dove farsi il bagno, lavare i vestiti e le pentole e i figli piccoli, far bere mucche, asini e maiali, recuperare l'acqua per bere e cucinare, e vattelapesca cos'altro ancora.
E ora tutti giorni andando verso la clinica passo di fronte a due pozzi appena fuori il campo profughi e assisto al viavai di carretti costruiti con un semplice barile di metallo, due ruote, un asino e un "autista". Delle improvvisate
Qui nel campo l'acqua (perchè alla fine è comunque l'acqua che si compra) si paga cara. Per 2 taniche da 20 litri normalmente ci vogliono 2,5 SDG (pound sudanesi), ovvero circa 70 centesim
Però ogni giorno qua in Sudan vedo anche una cosa bellissima. Fuori da quasi tutte le case che si affacciano sulla strada ci sono delle otri di terracotta, tenute all'ombra e spesso chiuse con un coperchio. E ogni giorno il proprietario si occupa di non far mancare mai l'acqua. Chiunque per strada ha il diritto di attingere a quest'acqua fresca per potersi dissetare.
Perchè l'acqua dovrebbe essere un diritto. Per tutti.
Guerra alla terra prova a raccontare alcuni esempi del distorto rapporto tra uomo e natura nel mondo. Afghanistan, Delta del Niger, Territori Occupati palestinesi, Bolivia, cosa hanno in comune? Sono alcuni dei luoghi in cui la fame di ricchezza dei potenti della terra sta utilizzando lo strumento della guerra per appropriarsi delle risorse e del territorio in modo indiscriminato e selvaggio.
E mentre esce il libro, nel nostro paese si imbocca la strada della privatizzazione dell'acqua. Un bene che non può avere padroni, esattamente come l'aria. Un bene essenziale, che deve essere di tutti, cioé pubblico.
Ma la scelleratezza dei nostri politici evidentemente non ha limiti e non ha pudore, e sceglie di svendere il bene collettivo più prezioso ben sapendo che è proprio sull'acqua che si stanno giocando le mosse della geopolitica internazionale, e che il controllo di questa risorsa sarà sempre più al centro degli interessi dei potenti del mondo - che sono i ricchi e non i governanti - e quindi dei conflitti mondiali.
Sulla privatizzazione delle acque, e sul movimento per mantenerle pubbliche costruito dalla società civile in molti Paesi lo scontro con i governi è stato durissimo, e spesso, per fortuna, è stato vinto dal popolo.
In Italia ci sono state esperienze importanti contro la privatizzazione dell'acqua, e anche nel nostro paese spesso la ragione e il buonsenso hanno prevalso sull'ingordigia.
Ma oggi il gioco si fa pesante: non è più un Comune più o meno grande che sceglie di sottrarre ai suoi cittadini di che dissetarsi. Oggi è il Governo a provare a fare l'interesse di qualche grande compagnia invece che quello dei suoi elettori e in generale degli italiani.
Qualcuno sull'acqua è riuscito a camminare, ma spesso con l'acqua si scivola. E se si cade sull'acqua, a differenza di quanto si possa immaginare, ci si può far male.
Speriamo che l'Italia segua l'esempio della Bolivia.
E, per una volta, chiediamo ai nostri lettori di attivarsi contro quello che è il peggiore furto ai danni della collettività. Privare la gente del diritto all'acqua è davvero una scelta criminale, a cui ci di deve opporre con ogni mezzo lecito.
Per comprare il libro Guerra alla Terra, edito da edizioni ambiente, clicca qui
Maso Notarianni (da Peacereportr.net)
by Andriiia alle 10:05 0 commenti
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21 nov 2009
Non ci resta che...
UNICEF in Sudan urges religious leaders to pray for children.
November 19, 2009 (KHARTOUM) – The United Nations Children’s Fund (UNICEF) representative in Sudan Nils Kastberg called on religious leaders to pray for the children in the country to mark the 20th anniversary of the Convention on the Rights of the Child.
“It is important for organizations like UNICEF to work more closely with religious groups,” Kastberg said.
“Faith-based organizations are often able to reach deprived and marginalized children when others can’t. They can also help create awareness amongst their congregations about children’s rights and needs,” he added.
The World Day of Prayer and Action for Children is part of a worldwide initiative launched by the Global Network of Religions for Children in collaboration with UNICEF.
The objective of the day is to encourage all religions and faith-based groups to join in A Day of Prayer and Action for Children in every house of worship in all communities.
In a document distributed to religious leaders across Sudan, UNICEF has appealed to them to pray for peace.
“Children are the best asset that any country has. They are the future, but for them to have a future, we must safeguard their present now,” it said.
“The most important thing for Sudan is lasting peace. It is the only way to ensure a bright future for the country’s children in the north, south, east and west".
Sudan has emerged from a 20 years long war between North and South in 2005 but another conflict erupted in Western region of Darfur. Both conflicts took a heavy toll on the vulnerable population including children.
by Andriiia alle 08:31 0 commenti
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20 lug 2008
Due ruote...
Ieri sono venuti a trovarci in ospedale questi 4 personaggi...gente particolare, tagliata giù grossa. Con due moto (un KLM950 e un'Africa Twin) e una macchina di supporto (il mitico Mitsu L200) stanno attraversando tutta l'Africa da nord a sud...partiti da Venezia hanno raggiunto Tunisi e da li giù driti fino a Città del Capo, in South Africa. Il tutto li dovrebbe impegnare 2 mesi. Ovviamente...inshallah!
Vabbè...in ogni caso l'impresa di questi romantici cavalieri solitari dei nostri tempi partiti alla ricerca di non si sa cosa è legata ad una associazione chiamata "Bambini nel deserto" ed è possibile seguire on line tutto il viaggio sul sito "TransAfrica NordSud 2008".
In bocca al lupo amici....
...quanta invidia!!!!!!
by Andriiia alle 15:09 0 commenti
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